La mente estesa nell’era digitale

L’articolo che segue, pubblicato nel dicembre 2016, sintetizza il pensiero esposto in “Ama il tuo smartphone come te stesso”, l’ultimo libro che ho pubblicato. Dunque sei hai 7 minuti liberi (tempo stimato per la lettura) e vuoi conoscere lo stato della mia ricerca su questi temi, accomodati pure. Poi magari fammi sapere che ne pensi.

Proprio all’inizio di questo millennio, nel 2007, è comparso un oggetto destinato a imprimere una svolta nella storia dell’umanità, per quanto ne possiamo capire oggi. Lo smartphone – in questi pochi anni che ci separano dal lancio del primo modello di iPhone – ha già cambiato radicalmente i nostri stili di vita, il modo di relazionarci con la conoscenza, la cultura e le altre persone. L’inizio è promettente, si potrebbe dire, anche se non tutti i cambiamenti sono stati certo in meglio. E poi è un oggetto che forse in futuro non esisterà neanche più, perché è sempre difficile fare previsioni attendibili sulle evoluzioni tecnologiche.

Ciò che è cambiato per sempre è che gli esseri umani dispongono di un’estensione della propria mente, utilizzabile in ogni momento e in ogni luogo, che amplia a dismisura le loro capacità, per via della possibilità di connettersi in rete con le altre menti, di saper memorizzare una quantità di informazioni senza limiti e di poter accedere potenzialmente all’intero patrimonio di conoscenza prodotto dall’umanità.

Decine di migliaia di anni fa alcuni ominidi scoprirono che alcuni oggetti esterni al proprio corpo (ad esempio l’osso di un animale morto) potevano essere utilizzati per ampliare le proprie capacità. Il film 2001 Odissea nello spazio esaltò in un modo indimenticabile quel momento storico, con la scena dell’ominide che, alla vista del misterioso monolito giunto dallo spazio, acquisì questo potere, diventando molto più efficace nella lotta contro i propri nemici.

La mente non è il cervello

La nostra mente la conosciamo poco, sia individualmente che collettivamente. I primi studi su di essa risalgono appena al secolo scorso. Solo a partire dalla metà del ‘900 ha cominciato a prendere piede l’idea che all’interno della mente accadesse qualcosa, che si svolgesse un processo (cognitivo) che conduceva all’elaborazione degli input ricevuti dall’esterno. Questo anche grazie all’apporto di persone come Alan Turing, (1912-1954) il quale dimostrò come fosse possibile elaborare anche artificialmente dei procedimenti (algoritmi) in grado di produrre conoscenza.

Successivamente ha prevalso una modalità di approccio più “sistemica” allo studio della mente, che ha visto la collaborazione di studiosi di tante discipline diverse, dando vita alle cosiddette neuroscienze. Queste ultime hanno consentito di svelare qualcosa di molto sorprendente, ma al tempo stesso già sotto gli occhi di tutti, ovvero il fatto che la mente non è collocata solo all’interno del cervello. Una parte dei processi cognitivi avviene infatti anche nel corpo (“embodied mind”), in un rapporto di circolarità e influenza reciproca, cioè dal cervello verso il corpo e dal corpo verso il cervello. Un apporto fondamentale alla mente viene anche da elementi esterni (“embedded mind”), come ad esempio l’ambiente fisico circostante o il linguaggio, che è un prodotto della cultura. La nostra mente si crea perciò di continuo in un rapporto di interazione tra cervello, corpo e ambiente.

Un modello molto interessante è stato quello sviluppato poi da Andy Clark e David Chalmers alla fine degli anni ’90, i quali hanno parlato di mente estesa (“extended mind”). La mente estesa è quella dimensione che si verifica nel momento in cui utilizziamo degli strumenti esterni come ausilio a determinati processi cognitivi, come ad esempio il taccuino, la calcolatrice, l’agenda, eccetera. Tale utilizzo costituisce un processo cognitivo nel quale partecipano sia la mente umana sia l’oggetto stesso, i quali compongono un “sistema abbinato” dove entrambi sono ugualmente indispensabili e attivi. Rimuovere l’oggetto esterno comporterebbe lo stesso danno funzionale che rimuovere la parte di cervello interessata. Se tu mi chiedi “Sai che ore sono?” e io dopo aver guardato l’orologio rispondo “certo che lo so, sono le 10 e 30”, non affermo la verità. Dovrei dire “io e il mio orologio lo sappiamo”.

Quando utilizziamo un dispositivo digitale o uno dei servizi che esso veicola, il processo cognitivo avviene grazie a una collaborazione tra cervello e oggetto esterno. Si pensi a una ricerca su Google o alla consultazione delle Google Maps per raggiungere una destinazione. Ormai tutti i media digitali – cioè dispositivi come gli smartphone, i tablet e i computer, ma anche i servizi digitali che essi veicolano, come Facebook, Google, le varie app, eccetera – costituiscono parte integrante della nostra mente. Disconoscerlo, secondo lo stesso Chalmers, costituisce uno “sciovinismo del cervello” senza fondamento. Senza la ricerca Google o Wikipedia la nostra mente non sarebbe quello che è oggi.

Tutto questo apre delle enormi possibilità, specie se si tiene conto della componente collaborativa del collegamento in rete, che dà vita a quella che Derrick de Kerckhove chiama mente accresciuta, una dimensione nuova e più potente della mente umana.

Il prezzo da pagare

Allo stesso tempo si creano enormi problemi. Il più immediato di essi è la mortificazione della nostra dimensione corporea. A forza di stare chini sui nostri dispositivi assumiamo posizioni dannose per l’organismo e sacrifichiamo l’attività fisica. Già questo porta molta sofferenza, come tutti abbiamo sperimentato. Un’umanità più intelligente ma menomata fisicamente non è un buon compromesso, per questo inizio millennio. Essere costantemente online ci porta anche lontano dal qui e ora, allontanandoci dal contesto nel quale ci troviamo. Mentre siamo fisicamente accanto alla persona amata, la nostra mente è altrove, come alienata dall’unico contesto in grado di darci benessere, quello delle persone con le quali possiamo avere un contatto fisico.

La presenza costante degli smartphone ci allontana inoltre dalla dimensione della conversazione, la forma di comunicazione umana più ricca. Una studiosa come Sherry Turkle, del MIT, ha evidenziato come il problema della mancanza di conversazione diretta provochi una sorta di analfabetismo emotivo tra i ragazzi cresciuti nell’era digitale. Questi ultimi non conoscono il lessico delle emozioni che passa attraverso il linguaggio parlato e la relativa mimica, perché sanno comunicare solo con mezzi asincroni. Indubbiamente anche questo è un prezzo da pagare molto alto, in questo passaggio generazionale.

I cahiers de doléances che si vanno riempiendo con i problemi legati a questa fase di digitalizzazione delle nostre vite comprendono molti altri aspetti. Nicholas Carr ha evidenziato il carattere “taylorista” del sistema di ricerca di Google, che ci spinge a fare il massimo possibile di navigazioni di pagine nell’unità di tempo, proprio come avveniva nella fabbrica fordista, ma questo ci spinge inevitabilmente a un approccio più superficiale alla conoscenza. Una superficialità alla quale fa da sponda Facebook, dove l’informazione e la conoscenza vengono dispensate in pillole di brevi video, citazioni, immagini.

Ciò comporta un ulteriore problema: quello dell’iperattivismo che ci viene richiesto, in una condizione simile a quella dell’operaio Charlot nel film Tempi moderni (1936), che non riusciva a stare dietro al ritmo impostogli dal nastro trasportatore. Il web, con i suoi hyperlinks, nasce come tecnologia che spinge all’azione, ma oggi la presenza di notifiche e richieste d’azione è soverchiante nella nostra vita quotidiana e ci toglie il tempo quasi di respirare. L’indigestione di informazioni che ne consegue non è benefica per la nostra salute mentale. Nello streaming di Facebook si mescolano i contenuti (e le emozioni) più disparati, in un’orgia di input che ci rende più infelici e più inclini alla depressione, come hanno dimostrato diverse ricerche.

Ci siamo ritrovati in così breve tempo in questa nuova dimensione – dominata da un’identità digitale che in molti casi ha il sopravvento su quella reale – che facciamo sempre più fatica a distinguere il concreto dal digitale, la verità dalla menzogna, il fondamentale dal superfluo. Tutto è sempre più trasparente, il che a volte è un bene, come quando vengono resi pubblici i bilanci da parte di chi ci governa, a volte è un male, come quando l’intimità delle persone più fragili diventa di dominio pubblico, riscuotendo molta più audience rispetto a oggetti dell’attenzione noiosi come i bilanci.

Cosa ci cambierà la vita

Tutto questo per dire che oggi sappiamo solo che sta avvenendo un passaggio molto importante, che questo passaggio implica una trasformazione della nostra mente e che esso potrebbe portarci a vivere una vita migliore o peggiore. Qui sta veramente la differenza, perché in quanto esseri umani abbiamo l’aspirazione di fondo a essere felici, non a disporre di strumenti sempre più sofisticati.

Quali sono i fattori che determineranno esiti positivi o negativi di questa evoluzione? Cosa fa dell’invenzione tecnologica un’innovazione con ricadute positive sulla nostra felicità? Vivremo in una nuova dimensione dominata dallo spirito collaborativo e dall’economia del dono o si moltiplicheranno sempre di più gli episodi di linciaggio online come quello che ha portato alla morte della povera Tiziana Cantone, suicida dopo che i video che la ritraevano in situazioni intime sono diventati un tormentone del web?

La risposta sta in un mix di consapevolezza individuale e collettiva, che io chiamo Digital Mindfulness. Se le centinaia di migliaia di persone che con i loro “mi piace” hanno contribuito al suicidio della ragazza fossero state consapevoli dell’importanza del loro gesto, forse si sarebbero comportate diversamente. Se imparassimo l’alfabeto essenziale dell’intelligenza emotiva per saper distinguere cosa stiamo provando ora, sapremmo difenderci meglio dal peso di tanti input che ci arrivano di continuo dai nostri schermi. Se la trasparenza e la memoria del web fossero per noi uno stimolo a ponderare bene i nostri comportamenti, i media digitali costituirebbero per noi uno stimolo virtuoso. Se in una giornata passata interamente online potessimo ogni tanto riportare l’attenzione al nostro corpo, non perderemmo il contatto con ciò che siamo veramente. E così via.

Dobbiamo imparare a conoscere noi stessi, il nostro corpo e le nostre emozioni, in un approccio nuovo rispetto ai media digitali, non dualista – perché sono ormai parte della nostra mente – ma neanche avversivo, né di dipendenza. Siamo in un’epoca che richiede più che mai equilibrio e discernimento, sia a livello individuale che collettivo.

Articolo di Paolo Subioli pubblicato originariamente sul blog di Luca De Biase.

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